Antologia di fiabe e leggende.
Non c'è nulla di nuovo tra queste righe. Solo racconti che echeggiano nel tempo. Come quando ero piccina e crescevo a pane e favole...
La storia della Sardegna è antichissima. Sembra che le prime tracce della presenza umana risalgano al periodo neolitico. E' difficile stabilire il periodo, perchè solo quando un popolo entra nella storia si può fissare una datazione.
I primi abitanti giunsero probabilmente in Sardegna intorno al 5000 a.C. alla ricerca della terra felice. Cominciarono l'addomesticamento di animali e piante, introdussero l'uso della ceramica, rivoluzionarono il tessuto sociale con i primi raggruppamenti in villaggi. Erano inoltre abili nella levigazione della pietra.
Giunsero in terra sarda prima ancora che in altri luoghi. Eppure la loro civiltà non progredì come altrove. Il territorio aspro e montuoso rendeva ardui gli spostamenti e la posizione geografica dell'isola fu sempre fonte di grandi problemi.
Ogni civiltà che la raggiunse, per quanto progredita, non riuscì mai a compiere il proprio corso. Si interrompeva bruscamente, priva di scambi e contatti con altri, senza più slanci.
Fu proprio il confronto e lo scambio culturale con altre civiltà che spinse l'uomo verso il progresso, mentre l'isolamento non poteva far altro che cristallizzare ogni evoluzione nell'immobilismo delle proprie origini.
In una terra ricca di risorse narurali, ma dove montagne, dirupi, rocce insormontabili rendevano assai difficili i collegamenti, finirono per coesistere forme di civiltà diverse, con diversi stadi evolutivi, senza che l'una potesse recare beneficio all'altra.
"Si direbbe che la Sardegna abbia sempre avuto nel suo seno una misteriosa forza venefica che, impotente a trasformare la struttura fisica degli abitanti, ne tarpava perciò le ali dello spirito." (1)
continua
(1) RAIMONDO CARTA RASPI, Storia della Sardegna, ed. Mursia, pag.36

I racconti e le leggende della lontana Sardegna sono spesso ricchi di streghe e spiriti, il cui scopo era incutere terrore.
Tanto tempo fa in Sardegna vivevano delle donne bruttissime. Portavano i capelli spettinati, le unghie lunghe e sporche e il corpo peloso come una scimmia. Erano le sùrbile. Qualcuna di esse portava persino una grande croce pelosa sulla schiena .
Queste donne possedevano un potere particolare: erano in grado di trasformarsi in un agile gatto oppure in mosca, capace di volare.
Chiunque poteva diventare sùrbile.
Bastava fare un patto col diavolo, essere settima figlia oppure nascere nella mezzanotte di Natale.
Tutti temevano le sùrbile perchè erano streghe che si sentivano possedute dall'impellente desiderio di succhiare il sangue dei neonati.
Si trasformavano in gatte e quatte quatte si avvicinavano al bimbo prescelto.
Fortunatamente di solito le mamme erano attente e come delle belve difendevano i loro piccoli. Talvolta le ferivano con degli spiedi oppure mozzavano una zampa col coltello. E tutte le volte che erano sconfitte si portavano la menomazione nel loro aspetto umano. Così spesso erano riconoscibili proprio perchè si ritrovavano senza una mano e con un occhio rovinato dallo spiedo arroventato.
Ma le donne del tempo scoprirono presto come liberarsi dalla sùrbile. Bastava far indossare al bimbo un capo al rovescio, oppure gettare in aria un copricapo.
Forse proprio perchè sconfitte con sempre maggior frequenza, le sùrbile si sono allontanate e dissolte per sempre nella notte dei tempi.

Da sempre gli uomini sono stati affascinati dal fuoco. Così potente, misterioso, magnetico...
Ad ogni latitudine ed in ogni epoca si è cercata una spiegazione, cercando negli anfratti della fantasia. Sono nate fiabe, poesie, leggende.
Apro di nuovo la raccolta di miti dell’Amazzonia scritta da Koch-Grünberg e trovo questo, proprio dedicato al fuoco, tramandata dai Tembè, del Brasile orientale.
Un tempo il proprietario del fuoco era l’avvoltoio reale. I Tembè, se volevano mangiare, potevano soltanto far seccare la carne al calore del sole. Così decisero di rubare il fuoco all’avvoltoio.
Con astuzia, prepararono una trappola. Uccisero un tapiro e lo lasciarono a terra per tre giorni. Quando fu completamente putrefatto e pieno di vermi giunse l’avvoltoio, con tutta la sua tribù. Si tolsero i loro abiti di piume e apparirono con sembianze umane.
Avevano portato con sé delle torce con le quali accesero un gran falò. Raccolsero i vermi avvolgendoli in foglie e li fecero cuocere sul fuoco. 
I Tembè, nascosti lì vicino, balzarono su di loro, ma invano. Gli avvoltoi volarono via con il loro fuoco.
Per tre giorni gli indios ci riprovarono e per tre giorni ogni loro fatica fu vana.
Al quarto giorno costruirono una capanna nelle vicinanze di una carogna e lì si nascose uno sciamano. Tornarono di nuovo gli avvoltoi con i loro tizzoni e accesero il fuoco vicino alla capanna.
Appena gli avvoltoi deposero i loro abiti di piume si accinsero a cuocere i vermi, il vecchio sciamano balzò fuori all’improvviso. Gli avvoltoi si precipitarono verso i loro vestiti, ma rapido il vecchio ne approfittò per rubare un tizzone. Il resto se lo portarono via gli uccelli, ma quanto avevano perso era sufficiente.
Lo sciamano mise il fuoco in tutti gli alberi, proprio nella foresta dal cui legno si ottiene il fuoco, sfregandolo.

Credo di non aver mai letto una favola così raccapricciante e macabra. Sicuramente avrà un senso nel contesto in cui è nata, ma a me sinceramente sfugge. Era tramandata dai Guarau, indios della Guyana, in Amazzonia.
Tanto tempo fa un gruppo di Arawak si stava recando verso il fiume Berbice, ma lungo il cammino venne aggredito e sterminato. Tutti erano sposati e avevano lasciato le mogli vicino al Pomeroon. Col tempo le vedove si risposarono tutte, tranne una. La poveretta era così triste per la perdita del suo uomo che non pensava certo ad un nuovo compagno. La consolavano solo i suoi due figlioletti.
Un giorno l'intero villaggio si recò ad una festa, tranne che lei. Al calar della sera udì il suono di un flauto che proveniva dal fiume e si faceva sempre più vicino. Lei ascoltò... e lo riconobbe. Disse ai bambini: "Sentite? Vostro padre suonava di solito questa melodia. Chissà... Magari quel terribile giorno lui riuscì a salvarsi..."
In realtà non era altro che lo spettro del marito che tentava di tornare nella sua abitazione. Approdò sulla riva, legò la barca e salì verso casa. Quasi alla moglie scoppiò il cuore, quando lo vide comparire sull'uscio.
L'uomo entrò, le chiese come stava, come stavano i bambini. Poco dopo la pregò di preparargli l'amaca perchè si sentiva malato. E raccontò alla donna tutto ciò che era successo, compresa la sua sanguinosa morte. Poi tacque, assorto.
Quando si riscosse disse: "Vai a prendere il lume. Qui dev'essere pieno di pulci. Non fanno altro che punzecchiarmi la schiena".
Ma quando la moglie ritornò con un tizzone acceso per fare luce, vide che non si trattava di pulci. Erano i vermi che lo divoravano. Vermi che entravano e uscivano dal dorso dell'uomo.
"No no, - disse - Qui pulci non ce ne sono."
Ma ora che aveva visto tutti quei vermi sapeva che quello non era suo marito in carne ed ossa, ma solo il suo fantasma. Sentiva che stava per accaderle qualcosa di male.
La pregò di nuovo di liberarlo dalle pulci, la pregò una terza volta. Ma lei a dire che di pulci non c'era nemmeno l'ombra. Terrorizzata, stava escogitando la maniera per salvarsi.
Incominciò a sputare senza smettere sempre nello stesso posto, finchè si formò una pozzanghera di saliva. Allora piano piano scivolò fuori dalla porta e si mise a correre, disperata, verso il villaggio più vicino.
In casa il fantasma continuava a insistere perchè lo liberasse dalle pulci, e la saliva gli rispondeva: " No no, qui di pulci non ce ne sono."
Andarono avanti così per un pezzo, fino a quando la saliva si asciugò e non potè più parlare. Allora il fantasma si accorse che la moglie se n'era andata. Scivolò giù dall'amaca e si mise sulle sue tracce, deciso a ritrovarla.
La povera donna correva e correva, fino a quando il tizzone si spense. Continuò a correre disperatamente nell'oscurità, ma la voce del fantasma che la chiamava si faceva sempre più vicino. Ormai l'aveva quasi raggiunta, quando lei si ricordò all'improvviso che lì vicino c'era la tana di un armadillo. Lesta lesta vi si infilò.
Udì il fantasma oltrepassarla, ma ci mise poco a capire che la moglie l'aveva abbindolato. Così tornò indietro, sulle sue orme. Lei, rannicchiata nella tana, lo sentì borbottare:
"Sono morto. Morto o non morto, però, continuerò a cercarla. Deve morire anche lei."
Dopo queste parole non lo udì più e, nel buio, lo perse di vista.
Prese il coraggio a due mani e strisciò fuori dal nascondiglio. Corse e corse fino a quando non riuscì a raggiungere il vicino villaggio. Finalmente era salva.
Quando riuscì a riprendersi, raccontò tutto ai suoi amici. Ma così facendo, le parole del fantasma si avverarono e la donna si ammalò gravemente. E di lì a poco morì.
(Fonte: Favole e miti dell'Amazzonia, a cura di Theodor Koch-Grünberg, Xenia Ed.)
Ora ci andrebbe davvero un sano bicchierino di buon limoncello... Giusto per aiutare la digestione di un racconto così macabro.

Fantasia, semplicità, terrore hanno sempre sospinto l'uomo a raccontare ciò che accade come una fiaba. E quando questa passa di bocca in bocca e resiste nel tempo diventa leggenda, permeata spesso da un lieve tocco di fatalismo. Una maliconica leggenda dolce-amara.
I muntagnin del Piemonte raccontano una storia che si perde nella notte dei tempi.
Una volta, in un paesello ai piedi delle montagne, viveva una bellissima fanciulla. Aveva una lunga chioma d'oro ed era così 
gentile che tutti la chiamavano Raggio di Sole.
All'età di 18 anni, quando il cuore è un giardino fiorito di sogni, Raggio di Sole si innamorò di un muntagnin forte e bello. Anche lui l'amò, ma solo perchè era giovane e deliziosa. Per nulla altro.
Colse il brivido d'amore delle sue carni, ma rifiutò quel cuore appassionato di bimba e di donna. E quando ne ebbe abbastanza, come accade da sempre, la abbandonò.
La povera Raggio di Sole pianse e pianse... Ma invano.
Giunse il giorno in cui si rese conto che nel suo grembo cresceva una vita.
Ma tutti coloro che prima la amavano e la vezzeggiavano come un candido fiore dei monti, quando si accorsero del suo peccato d'amore, la abbandonarono senza pietà e la scacciarono.
La poveretta vagò sperduta per la montagna, nutrendosi di bacche e frutti selvatici. Sola ed impaurita, trovò una grotta in cui rifugiarsi.
Un giorno, spossata ed esausta, cadde nel suo rifugio. Il bimbo che portava nel grembo voleva venire alla luce... Raggio di Sole stava malissimo, soffriva. Non si avvide che una millenaria strega dei monti era lì, ad assisterla, facendole da mammana.
Quando il bimbo aprì gli occhi alla vivida aurora, la giovane e sfortunata mamma li chiuse per sempre.
Dal bosco giunsero genietti e gnomi, addolorati. Sollevarono la salma leggiadra e la portarono in fondo al crepaccio di un ghiacciaio, per darle sepoltura.
La strega si prese cura del bimbo, che crebbe e divenne alto e forte.
Ma gli raccontò il segreto della sua nascita e il martirio della mamma giovinetta. Quando raggiunse l'età adulta, divenne il potente e torvo signore della montagna, con il cuore roso da un odio feroce per l'umanità.
Appena si calava nel ventre della montagna per visitare la salma della sua mamma, ancora oggi magicamente intatta e protetta dai ghiacci, il torvo signore delle Alpi urlava per il dolore. E le montagne si sfaldavano e la neve di colpo scivolava verso la valle.
Fu così che si formarono le valanghe. Violente e terribili si precipitano sui paeselli, seminando distruzione e morte. E il torvo signore fu chiamato Demonio Bianco.
fonte: Virginia Majoli Faccio, Sulle orme dei passati dì, Ed. Ieri e Oggi, Biella

Questa bella leggenda delle Fate pare che esista in due versioni. I muzzanesi, infatti, ne rivendicano la paternità e i mongrandesi altrettanto. Non ho idea di quale sia la versione originale, ma qui ho tra le mani quella raccontata in un opuscolo del comune di Mongrando. Chi l'ha scritto non mi sembra molto avezzo alla narrazione, ma con una spruzzatina di pathos qui e un po' più di colore là, la leggenda riprende a respirare...
Tanto tempo fa a Mongrando, un paesino adagiato in un angolo del Biellese, giunsero degli stranieri provenienti dal Nord. Erano persone operose e cordiali e in breve tempo furono accettati con benevolenza da tutti. Una delle loro abilità meravigliava davvero gli abitanti del luogo: erano capaci ad estrarre oro dai torrenti e dalla terra.
Mentre gli stranieri maschi erano degli omaccioni alti e rudi, le fanciulle possedevano una bellezza straordinaria, con la carnagione bianchissima e i profondi occhi azzurri che ammaliavano. Vestivano fruscianti gonne così lunghe che non si vedevano mai le punte dei piedi.
Conoscevano tutti i segreti delle erbe e preparavano infusi e decotti per curare questo o quel malanno a chiunque chiedesse il loro aiuto. E furono loro che pazientemente insegnarono a tessere la tela. Mosse da in'impeto di generosità, si spinsero a promettere di rivelare dove si trovava il favoloso tesoro della Bessa.
Erano così graziose e garbate che furono soprannominate "Fate".
Ma la bellezza e la grazia che le faceva benvolere da tutti, accese presto il tarlo dell'invidia nelle donne di Mongrando. Quelle straniere erano temibili rivali che bisognava neutralizzare. Insospettite dalla lunghezza insolita delle gonne, volevano smascherare con l'astuzia il segreto che le Fate di certo celavano.
Le mongrandesi, sempre più inacidite, strinsero un patto con alcuni malandrini e attesero pazientemente il giorno della festa del paese. Alla data fatidica esplosero le danze e l'allegria e tutti, ignari di ciò che si preparava, si riversarono fuori dalle case. In quel momento gli scapestrati entrarono in azione e deviarono il corso di un ruscelletto verso il centro del paese. La strada principale sembrò trasformarsi in un fiume.
Le belle Fate, colte di sorpresa, sollevarono svelte le gonne per non bagnarle. Fu allora che tutti videro il segreto a lungo nascosto. Le Fate avevano i piedi palmati... Come le oche. I malandrini, istruiti dalle Lene, presero a deridere le malcapitate. Ed esse, umiliate, si offesero profondamente ed abbandonarono il territorio di
Mongrando. Ma prima di andarsene dissero, sibilline: "Ai Fate as' na van, ma Mungrand as pentirà. Sempre 'l marcrà 'n s' lor, ma mai lu trouvrà."
Così accadde. Le Fate se ne andarono e del favoloso tesoro della Bessa nessuno mai seppe nulla. Qualcuno dice di aver visto in qualche notte particolarmente cupa strani bagliori nel folto della boscaglia, ma non si trovò mai nulla più che qualche pagliuzza dispersa nel fiume Elvo.
Qualche esperto spiega che la leggenda nasce da particolari calzari che le belle straniere portavano. Che importa? Il fascino del racconto non cambia.

Tanto tempo fa il Biellese era infestato da orde di briganti prepotenti e feroci, senza alcuna pietà per nessuno. I biellesi erano terrorizzati e si recavano a implorare l'intercessione della Madonna d'Oropa.
Un giorno, mentre tutti erano partiti in pellegrinaggio verso Oropa, i briganti approfittarono per scorazzare nel paese. Ma in una delle abitazioni era rimasta, sola, una giovinetta. D'un tratto uno stridio alle grate della finestra fece raggelare di terrore la poveretta. Qualcuno stava segando l'inferriata e tra un momento il ferro avrebbe ceduto.
Disperata, vide l'ascia di suo padre appoggiata al camino. Afferrò silenziosamente il manico dell'arnese e quando il brigante, strattonata l'inferriata, allungò la mano verso l'interno, l'ascia si abbattè con un colpo preciso.
Un grido di belva ferita si levò nella notte, mentre la mano mozza cadeva pesantemente sul pavimento della cucina, in una pozza di sangue.
"La pagherai!", gridò il brigante, dileguandosi nella notte.
La ragazza esplose in un pianto dirotto, ma cercò di consolarsi pensando che avrebbe potuto riconoscerlo dal moncherino.
Il tempo passò e il raccapricciante episodio riaffiorava, a volte, come un incubo dai contorni indefiniti.
Alla fanciulla piaceva danzare e alle sagre paesane i giovanotti facevano a gara ad invitarla. Ma quella volta giunse un bel giovane forestiero, elegante come un signore e con le mani inguantate. Danzò con lui tutta la notte e al termine della festa il forestiero chiese la sua mano.
Una sottile inquietudine velò i pensieri della giovinetta, ma l'idea di diventare una castellana servita e riverita la lusingava.
Il padre era turbato e indeciso, ma acconsentì, per il bene della figlia.
"Manderò domani una carrozza per prendere la sposa", disse autoritario il forestiero. "Io la precedo al castello per preparare le nozze."
L'indomani, puntuale, arrivò la carrozza. Tutta nera e con ricchi fregi d'oro. Anche il cocchiere era nero e scuro, come il Male.
La fanciulla indossò il suo abito più bello e salì sul cocchio, dopo aver abbracciato il padre.
I cavalli al galoppo si allontanarono in fretta dal paese, per addentrarsi verso strade sconosciute.
La carrozza penetrò in una stretta gola fra i monti e si addentrò fra rocce e boschi. Non c'era anima viva. Pareva un posto da lupi. O da briganti. Un'oscura inquietudine cominciò a impadronirsi di lei, un turbamento vago, presagio di sventura. La corsa si faceva sempre più opprimente...
In quel momento le apparve il castello, in cima ad un'altura, tetro e minaccioso. Sentinelle armate sino ai denti appostate tra le rocce
facevano la guardia.
Nell'ampio cortile, passato il ponte levatoio, l'attendeva il castellano.
S'inchinò alla fanciulla e la presentò ai suoi uomini. Beffardo, gridò: "Ecco la sposa!". Rapido staccò la mano destra guantata e le mostrò il moncherino. Poi la sospinse in una sala del castello, tra risate di scherno e battute grossolane.
Una vecchia attendeva seduta vicino ad un grosso focolare.
"Accendi il fuoco", le ordinò il capo con feroce allegria, "e scalda il calderone colmo d'olio. Quando bolle chiamami: ci sarà da divertirsi..."
La vecchia ubbidì, insensibile e sorda a ogni preghiera. Allora la ragazza cominciò a implorare intensamente la Vergine d'Oropa.
D'un tratto, nel silenzio, si accorse che la vecchia russava, col mento appoggiato al petto. Terrorizzata ma lucida, scivolò fuori dalla sala, attraversò alcune stanze fino a quando si ritrovò fuori, in un piccolo cortile interno. Sul muro di cinta c'era una porticina e, attraversatola, si ritrovò nella boscaglia.
Riflettè un momento... Se si fosse avventurata lungo il sentiero, le sentinelle l'avrebbero riaciuffata senza alcuna fatica. Se si fosse allontanata attraverso i cespugli, si sarebbe inesorabilmente persa. Era magra e scelse di infilarsi nel tronco cavo di un vecchio castagno e attendere, fino a che i briganti avrebbero desistito nelle loro ricerche.
Li udì gridare e imprecare rabbiosamente passando vicino al suo nascondiglio per un tempo che pareva infinito. Le ricerche durarono tutta la notte, fino a quando parvero convincersi che non l'avrebbero più trovata.
Allora lei, quatta quatta, uscì dalla cavità del castagno e fuggì rapida e impaurita.
Sfinita dalla fame e dalla stanchezza, giunse fino alla soglia del palazzo di un nobile signore. Le porte si aprirono e il padrone, impietosito, decise di accoglierla e nasconderla. Ma anche lì il tempo passò e piano piano la ragazza divenne imprudente. Ignara, fu vista da un malandrino, spia del brigante dalla mano mozza. Da quel momento l'uomo visse ossessionato dalla sete di vendetta.
Un giorno, di fronte alle porte del palazzo, un carro carico di casse rischiò di ribaltarsi. Doveva essere riparato, ma la notte era imminente. Così i conducenti ottennero il permesso dal padrone di casa di depositare le casse sotto il porticato del cortile, fino all'indomani.
Quella sera la giovinetta non riusciva a prendere sonno: ripensava inquieta a quelle casse, tutte piene di fori praticati da mano umana. Irrequieta, si avvicinò alla finestra. Le mancò quasi il fiato quando riconobbe la voce del brigante dalla mano mozza. L'aveva ritrovata, dunque, e certo era pronto a compiere una strage. Sgusciò fuori dalla stanza e corse ad avvisare il padrone, che armò i servitori.
I malandrini, colti di sorpresa, furono sconfitti senza fatica e rinchiusi in prigione.
E fu così che il Biellese, finalmente, venne liberato dai briganti che tanto a lungo l'avevano infestato.
adattamento da TERSILLA GATTO CHANU, Leggende e racconti popolari del Piemonte, Newton Compton Editori, ed. giugno 2001

Il mio sangue sgorga nella meravigliosa isola di Sardegna, ma sono venuta al mondo qui, ai piedi delle bellissime montagne biellesi, e qui sono cresciuta. Anche questi sono luoghi che amo. E anche qui nascono belle leggende silvestri.

Nella valle del Cervo, immersa nelle distese di castagni, si dice che vi sia una delle caverne dell'Om Salvei (l'Uomo Selvatico).
L'Om Salvei viveva un tempo sulle montagne del Biellese, dove ogni estate salgono i pastori, con i loro armenti di mucche e capre. Abitava in una caverna scura, ma tra le rocce aveva anche altre piccole grotte. Nessuno sapeva come passasse il tempo lassù, tra le pietraie e gli spiazzi erbosi.
Era di statura media, ma forte e robusto come un orso. E all'orso assomigliava davvero, peloso com'era, con il barbone e una lunga e folta criniera. Vestiva solo di pelli di animale o fibre vegetali, che egli stesso realizzava.
L'Om Salvei conosceva perfettamente le erbe e le tecniche per fare i formaggi, oltre a tutto ciò che accade in natura.
Era molto schivo e scontroso e di rado si faceva vedere tra la gente. Eppure proprio a lui devono dire grazie i montanari se sanno fare i canestrelli e se sanno lavorare il latte. Infatti, prima di conoscere i segreti dell'Om Salvei, gli abitanti della Valle dell'Elf bevevano il latte com'era o lo mettevano nella minestra di riso e castagne.
Un bel giorno l'Om Salvei invitò un muntagnin (montanaro) ad entrare nella grotta, a ridosso del monte, dove era solito preparare i latticini. Versò il latte in un paiolo, facendolo scorrere attraverso un imbuto, all'imboccatura del quale aveva messo un ciuffo si licheni. Serviva a trattenere ogni impurità, perchè "bisogna trattare il latte con rispetto, se si vuole che sia generoso", disse. Per due giorni insegnò tutti i procedimenti per giungere a qualcosa che ancora la gente non conosceva.
Alla fine del secondo giorno raccolse con le mani appena lavate ciò che si era formato. Lo rassodò e lo avvolse in foglie fresche.
Così per la prima volta i muntagnin del Biellese conobbero il burro.
"Se tornate ancora domani vi mostrerò che cosa si può fare con ciò che è rimasto nel paiolo", disse l'Om Salvei, un po' stufo della sua solitudine.
Il giorno dopo appese il paiolo alla catena del camino e accese sotto il fuoco. Lasciò intiepidire il latte scremato dal burro e tirò fuori qualcosa da un vaso. Era il magico caglio con cui nasce ogni formaggio. Lavorava con calma perchè tutti capissero e avessero il tempo di imparare. Il latte si rapprese e cominciò a plasmare e livellare con cura la massa informe che si era creata. Capovolse la forma ottenuta nel siero per un po', la tolse e la mise a scolare. Nasceva il formaggio, ancora fresco e "immaturo".
"Non gettate via il liquido rimasto", disse. "Con la cagliata avanzata, nel siero, un po' di polenta e qualche foglia dell'erba dai fiori gialli potete fare la meistra". La meistra, trasparente ed agra, divenne da allora l'aceto e il lievito dell'alpeggio.
Poi diede appuntamento all'indomani, per svelare nuovi segreti.
Quando tornarono, le cagliate ormai rassodate erano allineate su un'asse di legno e un sottile velo di muffa bianca era già fiorito. Spiegò come usare il sale e tutte le successive trasformazioni che ogni forma avrebbe subito. E fu così che i muntagnin biellesi impararono a fare la gustosa toma.
L'Om Salvei insegnò ancora tanti altri segreti per non sprecare nulla e perchè da poco si potesse ottenere molto. Ma i giovani, entrati troppo in confidenza con lui e dimentichi del dovuto rispetto, pensarono di fargli uno scherzo. Approfittando della sua assenza arroventarono una grossa chiave e la posarono sulla pietra davanti alla cucina, dove era solito sedere. L'uomo arrivò, pronto a condividere altri segreti della natura, e si sedette. Un urlo lacerante di dolore esplose nell'aria.
L'Om Salvei fuggì, marchiato a fuoco, e da quel giorno nessuno lo vide più. A nulla valserò i falò e i continui richiami per monti e vallate. L'Om Salvei se n'era andato per sempre.
adattamento da TERSILLA GATTO CHANU, Leggende e racconti popolari del Piemonte, Newton Compton Editori, ed. giugno 2001

In Sardegna, nel Logudoro, si racconta questa leggenda.
Una volta nel mondo non c'era il fuoco. Gli uomini avevano freddo ed andarono da Sant'Antonio, che stava nel deserto, per implorarlo perchè facesse qualcosa per loro. Sant'Antonio ebbe compassione e siccome il fuoco era all'inferno, decise di andare a prenderlo.
Col suo porchetto e col suo bastone di férula, Sant' Antonio si presentò, dunque, alla porta dell'inferno e bussò:
- Apritemi! Ho freddo e mi voglio riscaldare.
I diavoli alla porta videro subito che quello non era un peccatore, ma un Santo e dissero:
- No, no! Ti abbiamo riconosciuto! Non ti apriamo. Se vuoi lasciamo entrare il porchetto, ma te proprio no.
E così il porchetto entrò.
Ma appena dentro, l'animale si mise a scorrazzare con una tale furia da mettere lo scompiglio ovunque, tanto che i diavoli, ad un certo punto, non ne poterono proprio più. Finirono perciò per rivolgersi al Santo, che era rimasto fuori dalla porta.
- Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vientelo a riprendere.
Sant'Antonio entrò nell' inferno, toccò il porchetto col suo bastone e quello se ne stette subito quieto.
- Visto che ci sono, - disse Sant'Antonio, - mi siedo un momento per scaldarmi.
E si sedette su un sacco di sughero, proprio sul passaggio dei diavoli. Infatti, ogni tanto, davanti a lui ne passava uno di corsa. E Sant'Antonio, col suo bastone di fèrula, giù una legnata sulla schiena!
Ad un certo punto i diavoli, arrabbiati, esclamarono:
- Questi scherzi non ci piacciono. Adesso ti bruciamo il bastone.
Glielo strapparono di mano e ne fìccarono la punta tra le fiamme.
Il porco, in quel momento, ricominciò a buttare all'aria tutto: cataste di legna, uncini, torce e tridenti. E i diavoli avevano un bel da fare a mettere a posto. Non ci riuscivano e non riuscivano neppure ad acchiappare quel... diavolo di porchetto.
- Se volete che lo faccia star buono, - disse Sant'Antonio, - dovete ridarmi il mio bastone.
Glielo restituirono ed il porchetto stette subito buono.
Ma il bastone era di fèrula ed il legno di fèrula ha il midollo spugnoso. Se una scintilla entra nel midollo questo continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda. Così i diavoli non si accorsero che Sant'Antonio aveva il fuoco nel bastone.
Quando il Santo se ne uscì, i diavoli tirarono un sospiro di sollievo.
Appena fu fuori, Sant'Antonio alzò il bastone con la punta infuocata e la girò intorno, facendo volare le scintille, come dando la benedizione. E cantò:
- Fuoco, fuoco,
per ogni loco;
fuoco per tutto il mondo
fuoco giocondo!
Da quel momento, con grande contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla Terra e Sant'Antonio tornò nel suo deserto a pregare.

Tanto tempo fa, a causa di una lunga siccità, la Sardegna fu invasa da nugoli di muscas magheddas. Erano insetti stranissimi e grandissimi. Quando pungevano uccidevano animali e uomini. Distruggevano tutto nelle campagne e nei villaggi.
La gente per paura di essere colpita non usciva più di casa, trascurando il lavoro e mandando in malora campi, pascoli e greggi.
Chiusi dentro casa giorno e notte, pregavano tutti i santi perchè liberassero la Sardegna da questo flagello. Ma sembrava che nulla potesse uccidere le muscas magheddas. Nè il veleno, nè le fucilate, nè le preghiere a tutti i santi...
Finalmente un giorno arrivò un vecchio eremita. O forse era un mago, o uno stregone...o un santo.
Il vecchio passò per le case e disse agli uomini di uscire senza paura e di compiere esattamente gli stessi gesti che faceva lui.
La gente uscì piano piano, guardando preoccupata la nube minacciosa degli insetti che volava sulla piazza con un ronzio assordante e mostruoso.
"Venitemi dietro , - disse il vecchio - e mettete i piedi nello stesso punto dove li metto io."
Si incamminò e tutti lo seguirono in lunga fila, tremando e pregando.
Pian piano si formò un grande cerchio di persone che abbracciava l'intera piazza grande del paese.
Il vecchio ordinò di restringere lentamente il cerchio verso il centro della piazza. E mentre gli uomini rimpicciolivano il cerchio, egli mormorava strani scongiuri:
Deo intro, tue in fora:
malos annos e mala ora:
Caddu biancu cun ebba niedda;
arza mala cun musca maghedda.
Deo intro e tue a fora;
malos annos e mala ora...
A un tratto accadde un fatto straordinario. A mano a mano che il cerchio si restringeva, dall'alto piombavano grappoli interi di muscas magheddas nel centro della piazza.
A decine e a centinaia cadevano giù gli insetti giganteschi come corpi morti, mentre il ronzio cupo si affievoliva sempre più. Finchè nell'aria non restò nemmeno una mosca e il cielo si rischiarò come a primavera.
Allora il vecchio eremita ordinò che le muscas magheddas venissero rinchiuse dentro sette botti di ferro e gettate nei sotterranei di un castello. Fece accendere un gran falò nella piazza per uccidere le uova e purificare finalmente l'aria.
Il fuoco rimase acceso tre giorni e tre notti e da allora le muscas magheddas non ritornarono più a terrorizzare la Sardegna.
Dicono, però... che nei sotterranei di quel castello ci siano ancora le sette botti di ferro piene di muscas magheddas, poste accanto ad altre sette botti identiche, piene d' oro e di pietre preziose. Ma nessuno sa quali siano le botti con l'oro e quali quelle con gli insetti mortali. Perciò nessuno si azzarda ad aprirle, perchè se per errore si aprissero le botti con dentro le muscas magheddas , queste potrebbero riprendere il volo e ritornare sull'isola, più vive e feroci che mai...."
Leggenda tratta dal libro di Francesco Enna e raccolta qui.

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